- Le origini
- La "bella età dei nuraghi"
- Le prime invasioni
- La Sardegna romana
- Dall'Alto Medioevo ai giudicati
- Genova, Pisa, Aragona e Spagna
- La Sardegna piemontese
- Il difficile Ottocento
- I primi del Novecento
Le origini
Benché terra tra le
più antiche d’Europa, frequentata fin dal paleolitico inferiore (circa 140.000 a.C.), la Sardegna vide i primi insediamenti
umani stabili relativamente tardi, a partire dal neolitico (6.000 - 2.700 a.C.) con lo
stanziamento di popolazioni dalla Nurra al Dorgalese fino al Sulcis Iglesiense. Questi primi abitanti, molto probabilmente nomadi, basavano il loro sostentamento sulla raccolta, la
caccia, la pesca e dovettero possedere una buona tecnica di lavorazione dell’ossidiana.
Come afferma Giovanni Lilliu: "…fu l’ossidiana a far conoscere economicamente la Sardegna e a invogliare a visitarla, dopo i pionieri neolitici, i colonizzatori dell’età del rame…". Il prezioso vetro nero vulcanico - tanto abbondante nei giacimenti di Monte Arci (Oristano) - era utilizzato per la costruzione di armi ed utensili. L'ossidiana divenne oggetto di scambio tra queste genti, la Corsica, la Liguria e la Provenza, contribuendo concretamente alla creazione di canali di comunicazione e interscambio culturale tra i popoli.
Per ciò che concerne la vita quotidiana, gli usi, i culti di questi popoli e nuove genti, gli studiosi individuano nell’isola una serie di culture che prendono il nome, in genere, dalla località in cui sono state rinvenute le testimonianze più significative: la cultura di Bonu Ighinu e San Michele (o Ozieri) per la fase neolitica, quella di Abealzu Filigosa, Monte Claro e Campaniforme per l’età del rame e di Bonnannaro (primi secolo del II millennio a.C.) per l’età del bronzo, ognuna delle quali presenta peculiarità legate agli insediamenti, all’economia ed alla cultura materiale prodotta.
Circa l'origine dei
primi abitanti dell’isola, sono interessanti le varie leggende che si tramandano,
collegate alle civiltà e culture di appartenenza: africana (Sardus), spagnola
(Norace) e greca (Jolao). È certo che in Sardegna non si ebbe mai un solo
popolo, ma tanti. I primi uomini che si insediarono nella zona settentrionale,
infatti, provenivano dalla penisola italiana, probabilmente dall'Etruria.
Quelli che occuparono la zona centrale (oristanese) provenivano dalla penisola
iberica. Mentre erano verosimilmente africani quelli che diedero vita agli
insediamenti nel golfo di Cagliari. Successivamente giunsero anche gruppi
dall’Anatolia e dall’Egeo.
Col trascorrere del tempo queste popolazioni andarono omogeneizzandosi culturalmente, dando vita ad un popolo con lingua e costumi analoghi, ma diviso in piccoli stati tribali residenti in villaggi costituiti da capanne circolari di pietra e tetto in paglia e frasche.
La "bella età dei nuraghi"
Dalla metà del secondo millennio, i villaggi furono costruiti spesso ai piedi di poderose torri di pianta tronco conica, in pietra, fortificate: i nuraghi. Questa tipologia edilizia rappresenta, per l'alto numero di esemplari eretti sul territorio (sono state individuate circa settemila torri), il simbolo della cultura preistorica e protostorica sarda. I nuraghi, semplici o complessi, con uno o più piani, spesso dotati di cortine di rifascio e torrioni difensivi erano la residenza del capotribù, talvolta delle vere e proprie regge e, nella versione più semplice (monotorre), collocati in punti strategici. Questi erano utilizzati come strutture difensive a vedetta dei territori tribali.
La distribuzione di
tali monumenti sul territorio pone in luce alcune caratteristiche salienti della
società che li abitava. La società sarda fu una civiltà eminentemente "cantonale", frammentata
in tante piccole comunità o clan separati dalla orografia dell'isola,
caratterizzata da una economia prevalentemente pastorale, da una religione
politeista e naturalistica e una struttura sociale piramidale con alla base la
plebe, al grado mediano i sacerdoti ed ai vertici i nobili latifondisti ed i
guerrieri governati da un re.
Interessante notare come questa società , nel suo sviluppo, non sia stata in grado di dar vita a città organizzate; l'intero patrimonio della monumentalità preistorica - domus de janas (piccole grotte funerarie), tombe dei giganti, nuraghi e prima di loro dolmen e menhirs - sorgono, infatti, in aperta campagna. Il massimo degli insediamenti si espresse in villaggi di cento-duecento capanne, spesso raccolte ai piedi di un nuraghe.
Le prime invasioni
La felice posizione
- nel cuore del Mediterraneo - fece della Sardegna un ambito porto di scalo ed un
territorio ricco di risorse cui attingere. I primi navigatori ad arrivare
nell'isola furono i fenici, che giungevano dal Libano e si spingevano con rotte
commerciali fino alla Britannia. La lunga navigazione richiedeva approdi per la
notte e porti in cui ormeggiare in caso di maltempo. Giunsero nell'isola
intorno al 1000 a.C., col permesso dei capi tribù locali frequentarono i porti
chiamati, in seguito, di Karalis, di Nora, di Bithia, di Sulci, di Tharros, di Bosa, ecc...
Col tempo tali insediamenti si fecero più stabili, divennero importanti empori e poi vere e proprie cittadine abitate da famiglie fenicie, che commerciavano sul mare e con i sardi nuragici dell'interno. Il contatto con i fenici portò ai sardi diverse novità : la scrittura, nuove divinità (Baal, Astarte), il concetto di città e, soprattutto, furono stimolati a migliorare le proprie condizioni di vita sfruttando a fondo le naturali risorse del territorio (i fenici introdussero le coltivazioni della palma e dell'ulivo) e del sottosuolo (estrazione del rame, dell'argento, ecc...). I sardi - in questa fase storica - svilupparono l'industria estrattiva e metallurgica, il commercio e l'artigianato.
Intorno al VII
secolo a.C. poiché l'espansione fenicia nell'entroterra si faceva sempre più
pressante ed i territori occupati sempre più numerosi, le tribù sarde
attaccarono le città costiere che per difendersi dovettero richiedere il
supporto di Cartagine, la colonia fenicia più vicina e forte. I cartaginesi
vinsero i sardi e conquistarono tutta l'isola tranne le zone interne montuose. La dominazione cartaginese
durò tre secoli, dai decenni precedenti il 510 fino al 237 a.C.
Le città costiere, sopratutto quelle delle coste meridionali ed occidentali, conobbero uno sviluppo edilizio di grandi dimensioni e sul piano economico una intensa attività , che consentì rilevanti accumuli di ricchezza. In queste città si era anadato affiancando ad un ceto mercantile, che alimentava i traffici commerciali e ad uno artigianale che aveva ereditato ed approfondito l'abilità tecnica, una "casta" di artigiani fenici ed orientali in genere, un ceto imprenditoriale agricolo che nelle colture cerealicole trovava il più specifico campo di attività . Di queste città , ancor oggi, si possono scorgere tracce di edifici e rovine sebbene, spesso, nascosti dalle sovrapposte architetture d'età romana.
La Sardegna romana
Nel 238 a.C. i cartaginesi, sconfitti dai romani durante la prima guerra punica, cedettero ai vincitori la Sardegna, che da questo momento divenne provincia. La dominazione romana nell'isola durò sino al 476 d.C., anno della caduta dell'Impero Romano d'Occidente, ma ebbe strascichi ben oltre, per l'appartenenza dell'isola alla provincia d'Africa ovvero all'Impero Romano d'Oriente. Si trattò di un millennio di romanizzazione, le cui tracce restano profondamente incise soprattutto nella lingua sarda.
Nel 227 a.C., dieci anni
dopo la conquista, i romani diedero vita al sistema provinciale con la
creazione delle province di Sicilia e Sardegna e Corsica. Il nuovo status
giuridico comportò, per le città costiere sarde e per le popolazioni
dell’interno, una pressione fiscale ai limiti del sopportabile ed un duro regime
militare. A tutta l'isola venne imposto un tributo, una sorta di indennità di
guerra che gravava su città , villaggi e popolazioni non urbanizzate, da
versarsi annualmente nelle casse del governatore. Tutte le terre divennero agro
pubblico del popolo romano e le proprietà private furono confiscate e affittate
dietro pagamento di un canone. Le numerose
campagne militari condotte da Roma nell'isola, attestano che i sardi
resistettero a lungo a tale situazione. La conquista ebbe, infatti, per la
Sardegna delle drammatiche conseguenze, quali un forte impoverimento economico ed
un pressante regime fiscale assai più gravoso di quello cartaginese.
Nei primi secoli dell'impero la situazione mutò in meglio e sopraggiunse un lungo periodo di pace, turbato soltanto da sporadici episodi di banditismo. Venne notevolmente incrementata l'attività estrattiva e nel campo dell'agricoltura la Sardegna divenne parte del triangolo granario romano, assieme alla Sicilia e Cartagine. In questo periodo furono costruite la maggior parte delle opere pubbliche: acquedotti, teatri, terme, anfiteatri, ponti e strade.
A partire dal III
secolo d.C. con la cosiddetta "anarchia militare" si avviò anche per la
Sardegna, come per tutto l'impero, un lungo processo di crisi che condusse al
progressivo indebolimento del potere centrale rispetto alle periferie, con la conseguente caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Nel 456 d.C.,
quando ormai Roma era in profonda decadenza, i vandali d'Africa, di ritorno dal
famoso sacco nel Lazio, occuparono Karalis ed altre città costiere dell'isola. Si
conclude, così, per la Sardegna l'età antica e ha inizio il Medioevo.
I vandali ressero l'isola con un governatore militare cui spettava, anche, la riscossione dei tributi; le città furono tenute per mezzo di presidi e così alcune posizioni fortificate furono costituite nell'interno, per arginare la minaccia delle popolazioni montane. Ariani perseguitarono i cattolici africani esiliandone un gran numero in Sardegna, alternando ai periodi di persecuzione periodi di tolleranza. Alla dominazione dei vandali, nel 533 a.C., si sostituì quella di Bisanzio, ma al di là delle buone intenzioni i bizantini sottoposero l'isola ad un regime di sfruttamento e di costanti pressioni fiscali, che ne accelerarono la decadenza economica. Solo i barbaricini resistettero a lungo sotto la guida di Ospitone, ma per la mediazione di papa Gregorio Magno stipularono anch'essi la pace con i nuovi dominatori, accettando, inoltre, di convertirsi al cattolicesimo.
Il dominio bizantino, durato alcuni secoli, lasciò in retaggio all'isola rilevanti impronte della propria cultura e civiltà : l'esperienza del monachesimo e della religiosità orientale, nuove magistrature, una diversa organizzazione statale, nuove colture (ad es. il fico), nuovi tipi di architetture religiose (edifici con pianta a croce greca), l'uso della lingua greca e perfino l'onomastica bizantina. Dopo una effimera occupazione ostrogota, i Sardi riuscirono a respingere, anche, un tentativo di conquista longobarda. Con quest'ultimi, tuttavia, riuscirono ad instaurare rapporti di tipo commerciale.
Dall'Alto Medioevo ai giudicati
La fisionomia
territoriale della Provincia di Cagliari si delineò per la prima volta
nell'Alto Medioevo, forse intorno al IX o X secolo, quando la nazione sarda,
unitaria sino ad allora, si ripartì in quattro territori separati uno
dall'altro e praticamente indipendenti dalla lontana irraggiungibile Bisanzio.
Sono i giudicati di Cagliari, Logudoro, Arborea e Gallura e i giudici, judikes, i loro signori. I piccoli e
autonomi stati iniziarono una propria vita politica e
culturale distinta, differenziandosi nella lingua, nella scrittura, nell'arte e
in tante altre espressioni colte e popolari. Causa del fenomeno pare essere
stato il pericolo islamico abbattutosi sulla Sardegna bizantina a partire dal
710 d.C., quando l'isola era parte dell'Impero Romano d'Oriente.
Secondo alcune
teorie storiche lo judex provinciae,
la più alta autorità amministrativa della Sardegna bizantina, divise la sua regione in quattro aree geografiche omogenee
e le affidò alle cure di quattro luogotenenti per il governo del territorio e
la difesa delle popolazioni dagli attacchi esterni. Verso la fine del IX secolo,
queste aree si resero autonome e sorsero i quattro giudicati, furono coniati i
sigilli statali e tutti gli altri strumenti di autorità governativa.
I giudicati, pur riecheggiando modelli di stato ed organizzazione sociale presenti nell'Europa contemporanea, se ne discostarono per dare vita ad una società caratterizzata da elementi fortemente democratici come le coronas de logu,delle assemblee composte dai notabili, che supportavano il signore nella conduzione del regno. Per certi versi la Sardegna era più arretrata rispetto alla coeva società europea, nonostante nell'isola non esisteva il feudalesimo, la maggioranza della popolazione – i 3/4 - era costituita da servi, tenuti alle più diverse specie di tributi e di servizi.
Respinta l'ultima
invasione araba (crociata bandita dal papato nel 1016), il Papato e le potenze
continentali di Genova e Pisa iniziarono a guardare con maggiore interesse all'isola,
legandosi con i locali in una fitta rete di alleanze politiche, commerciali e
matrimoniali, sviluppandone l'economia ma, anche, inserendosi nella politica dei
giudicati che caddero sotto l'influenza pisana e genovese.
In questo stesso periodo furono edificati anche castelli, costruzioni militari e torri saracene ed arrivarono in Sardegna anche gli ordini monastici chiamati dai giudici a popolare, bonificare, coltivare le vaste campagne disabitate dell'isola, nonché a portarvi la fede di Roma. I monaci crearono nell'isola potenti centri di riferimento, il cui nucleo era costituito spesso da conventi e chiese edificate nel "moderno" stile romanico.
Genova, Pisa, Aragona e Spagna
Il giudicato di Cagliari finì nel 1257, quando venne occupato ed abbattuto da una coalizione formata da truppe toscane di Gherardo e Ugolino della Gherardesca, Conti di Donoratico, di Giovanni Visconti, giudice di Gallura, di Guglielmo di Capraia, giudice di Arborea e dai contingenti militari del comune di Pisa. In seguito alla battaglia della Meloria e alle vicende del Conte Ugolino, il giudicato di Cagliari e quello di Gallura divennero, allo scadere del XIII secolo, un unico grande territorio oltremarino di Pisa (ad esclusione del Sulcis di Gherardo della Gherardesca), che fu ristrutturato secondo i modelli comunali continentali. Le cittadine fortificate di Castel di Castro (Cagliari) e Villa di Chiesa (Iglesias) furono fra le prime ad essere organizzate in comuni, direttamente dipendenti dal comune madre, che vi inviava un suo podestà . Le città avevano un proprio breve, un parlamento e le loro corporazioni.
Nel 1297, per
dipanare l'aggrovigliata matassa di problemi internazionali creati dalla guerra
dei Vespri e per arginare una delle principali cause di lotta tra i comuni di
Pisa e Genova, il pontefice Bonifacio VIII creò il Regno di Sardegna e Corsica
e lo infeudò nominalmente al catalano Giacomo II, re d'Aragona e di Valenza. Giacomo II per attuare l'infeudazione doveva, però, conquistare materialmente il
territorio. Così, nel 1323, il principe ereditario Alfonso sbarcò a Palma di
Sulcis con una potente armata e si rivolse principalmente contro le città di
Villa di Chiesa (Iglesias), Castel di Castro (Cagliari) e Terranova (Olbia),
nonché agli altri territori sardo-pisani del cagliaritano e della Gallura.
Con le altre entità feudali o signorili dell'isola furono firmati accordi feudali, che mantenevano inalterata la situazione istituzionale dei contraenti. La Sardegna catalano-aragonese fu organizzata in due settori amministrativi: il regno e il feudale. Il primo era rivolto al governo delle città e delle ville regie (Iglesias, Cagliari, Sassari, ecc...), il secondo al controllo delle campagne infeudate ai baroni iberici, che avevano aiutato i sovrani di Barcellona nell'impresa militare. A questo regno mancava di fatto la Corsica, che non venne mai conquistata; inoltre il "regno" non si identificava con l'intera isola ma con parti di essa: il Capo di Cagliari e Gallura ed il Capo del Logudoro, tra i quali erano posti i possedimenti giudicali di Arborea e alcune terre private dei Doria.
Questa complicata situazione politica durò sino al 1420, quando scoppiò una cruenta guerra ad oltranza tra i catalano aragonesi ed i sardi oristanesi conclusasi con la resa e l'abbattimento del giudicato d'Arborea. Il regno di Corsica e Sardegna raggiunse, così, la sua definitiva fisionomia politico geografica. Verso la fine del XV secolo con Ferdinando il Cattolico, il Regno fu separato dalla Corsica nelle intitolazioni diplomatiche. Passò in mani spagnole nel 1479, austriache nel 1708 e piemontesi nel 1720. Il regno terminò di fatto nel 1861, con la nascita dell'Italia monarchica.
La Sardegna piemontese
Il governo
piemontese nell'isola durò dal 1720 sino all'unità d'Italia. In principio l'interesse
dei Savoia nei confronti dell'isola fu tutt'altro che rilevante: lontana, spopolata
e malarica, praticamente priva di risorse economiche, era più bisognosa d'aiuto,
che capace di contribuire sostanzialmente al reddito dello stato. Ma superato
il primo periodo di assestamento, visto che l'isola non trovava acquirenti, né
si potevano concludere scambi vantaggiosi, il Piemonte cominciò ad agire.
Accanto ad una azione a fondo contro il banditismo, si provvide al ripopolamento delle zone più depresse dell'isola. Un decisivo contributo fu dato dal vicerè marchese di Rivarolo (1735-1738). Si cominciò a dar vita ad una rete efficiente di funzionari  e si cercò di sfruttare meglio alcune risorse locali come il sale, il tabacco, il corallo. Ma si trattatava di operazioni che se pur davano qualche risultato, non erano certo in grado di sovvertire la situazione, dato che mancavano i capitali necessari a risolvere alcune questioni strutturali, come la viabilità e l'attività manifatturiera.
Nel 1743 il Conte Gian
Lorenzo Bogino, ministro di Carlo Emanuele III (1730-1773), cominciò ad
introdurre elementi d'un cauto ma sapiente riformismo: furono riaperte le
università , travolte nel Seicento dalla crisi dell'impero spagnolo, furono
riformati e rafforzati i consigli "comunitativi" (antenati delle moderne
assemblee civiche), furono creati i Monti Frumentari, per incrementare
l'agricoltura con prestiti in grano e attrezzi e i Monti Nummari, per far circolare
un pò di danaro fra i contadini.
Il secolo dei lumi si
concluse in Sardegna come nel resto d'Europa fra le fiamme della rivoluzione. I sardi, infatti, dopo aver valorosamente respinto un tentativo di occupazione
francese, non ottenendo alcuna ricompensa dai Savoia, nemmeno una risposta alle
richieste fatte (istituzione di organismi che si occupassero della Sardegna,
impieghi nell'isola riservati ai Sardi, ecc...), organizzarono una sommossa popolare,
trasformatasi poi in vasto moto antifeudale animato da intellettuali borghesi
di città , pastori e contadini di paese e da coraggiosi parroci di villaggio.
Durante la battaglia di Oristano i ribelli furono battuti. Giommaria Angioy, capo dei rivoltosi nonché giudice della massima magistratura isolana, fu sconfitto e venne costretto all'esilio (morì a Parigi nel 1808, dopo aver inutilmente cercato di convincere i governi francesi a liberare la Sardegna) e nell'isola venne riportato l'ordine con il terrore.
Il difficile Ottocento
Durante l'Ottocento, a peggiorare la situazione dell'isola, già difficile per la situazione politica e sociale, contribuirono i cattivi raccolti ma, anche, il blocco navale che impediva i traffici con l'isola. In questo periodo, e precisamente dal 1799, i reali di Savoia furono costretti a lasciare il Piemonte e rifugiarsi in Sardegna dove rimasero per 15 anni. Furono anni pesanti, nei quali accanto alle difficoltà dovute ad una situazione di immobilismo, si aggravarono per i sardi gli oneri per il mantenimento della corte.
Nel 1812 vi fu una
eccezionale carestia e negli anni successivi si ebbero numerose epidemie.
Eppure qualcosa si muoveva. Nel 1804 nasceva la Reale Società Agraria ed
Economica di Cagliari, con l'intento di promuovere nuove iniziative nel campo
pastorale ed in quello agricolo. Due anni dopo furono emanati importanti
provvedimenti a favore dell'olivicoltura, si cercarono nuove vie per riprendere
la estrazione minerarie e del sale, si impostarono alcune riforme
amministrative per migliorare le condizioni generali.
Nel 1821, sotto il regno di Carlo Felice, furono operate numerose riforme per migliorare l'istruzione, la sanità pubblica e la legislazione (raccolta nel 1827 in un codice legislativo). Venne avviato, inoltre, un processo per creare una moderna viabilità e incrementare l'industria.
Nel 1839 prese concretamente corpo, per volontà del sovrano Carlo Alberto (successo a Carlo Felice), un editto, già emesso nel 1820, che consentì ai proprietari di terra di recintarla con muri, siepi, fossati (di qui il nome "editto delle chiudende"), nella speranza di incentivare la nascita di una piccola borghesia agraria imprenditrice. Un decisivo passo verso la modernizzazione dell'isola avvenne con l'abolizione del feudalesimo (1836-39); mentre fra il 1859 ed il 1865 furono aboliti gli "ademprivi", ovvero i diritti che le comunità avevano sulle terre feudali e demaniali.
Questi provvedimenti che miravano ad allineare l'isola al resto d'Europa, in realtà sconvolsero aspetti plurisecolari di vita e costumi. Nella maggior parte dei casi andarono nella direzione opposta rispetto a quelli ipotizzati: la "legge delle chiudende" non pose le basi per la nascita di una borghesia imprenditrice, ma consegnò ai possidenti la possibilità di far pagare più cari i fitti dei pascoli, favorendo la nascita di una nuova classe, parassitaria e assenteista. L'antico antagonismo fra pastori e contadini si acuì, molti terreni furono più usurpati che chiusi. Inoltre, la cancellazione degli ademprivi (diritti dei poveri di andare a far legna, a cogliere ghiande e funghi, allevare maiali nei boschi demaniali) privava i pastori senza gregge e i contadini senza terra dei mezzi elementari della sussistenza.
L'anno cruciale della moderna storia sarda è il 1847. La grave carestia acuì la già difficile situazione dell'isola. Le insofferenze e le insoddisfazioni dei sardi per l'amministrazione piemontese fecero il resto. Nel novembre dello stesso anno un moto di borghesie urbane, intellettuali e commerciali chiese al re di ottenere la fusione perfetta fra Sardegna e gli stati di terraferma, sancendo in tal modo la fine dell'autonomia del Regno, la rinuncia ai pochi privilegi di origine spagnola, l'inizio di una integrazione diseguale nel resto dello stato. L'anno successivo con l'abolizione degli stamenti e della carica di vicerè, l'isola diveniva una regione del Regno Sabaudo. I primi deputati sardi poterono sedere nei banchi del Parlamento Subalpino, accanto ai loro colleghi del Piemonte, della Liguria, di Nizza e della Savoia.
Un notevole passo avanti per quanto concerne l'amministrazione si ebbe, nel 1861, con la creazione dei Consigli Provinciali, eredi delle deputazioni che li avevano preceduti. Il Consiglio Provinciale di Cagliari doveva affrontare e risolvere problemi di una vasta zona dell'isola comprendente circa 261 comuni.
La situazione sarda nella seconda metà dell'Ottocento fu un continuo altalenare di eventi. Non sono da dimenticare gli accordi internazionali, a seguito del trattato del 1863 con la Francia, che permisero un notevole aumento del commercio, gli interventi per una razionalizzazione dell'agricoltura, ma anche la famigerata tassa sul macinato del 1868, che colpì pesantemente anche le famiglie più misere delle aree agricole ed, infine, la nascita della rete ferroviaria.
Nel 1887, il mancato rinnovo del trattato commerciale con la Francia portò al crollo delle banche e il fallimento delle industrie agricole, mentre il tentativo di aprire ad altri mercati non ebbe successo. Resisteva la pastorizia, cresceva l'industria mineraria con area privilegiata nel Sulcis Iglesiente, dove si sviluppò una classe operaia insieme disperata e combattiva.
I primi del Novecento
Nel Novecento la disparità tra aree urbane e zone rurali in Sardegna divenne evidente. Infatti se le città , e Cagliari in particolare, avevano un certo sviluppo, le condizioni delle aree interne erano assai difficili. Ma, anche, nelle città accanto alla borghesia e a un ceto imprenditoriale abbastanza attivo, esisteva un proletariato che, di fronte al continuo rincaro dei prezzi, esprimeva il proprio malcontento. Ne sono esempio il moto dei battellieri, i moti delle zone minerarie e la rivolta cagliaritana del 1906.
Qualche anno dopo questi avvenimenti, fu istituito alle dipendenze del Ministero dell'Industria, Agricoltura e Commercio, un ufficio speciale per la Sardegna. Una ventata di modernizzazione si ebbe con la legge del 1913, che dava in concessione la costruzione dell'impianto idroelettrico del Tirso risolvendo sia problemi di energia, che d'irrigazione.
La partecipazione
massiccia alla prima guerra mondiale, i sacrifici incontrati, crearono una nuova
coscienza. La lotta politica assunse forme di maggior consapevolezza. Nel 1924, il regime
fascista emanò il famoso decreto n.1931, col quale fu stanziato un miliardo
in dieci esercizi finanziari per la costruzione di opere pubbliche
straordinarie, al quale si aggiunsero 150 milioni l'anno successivo.
Un altro campo affrontato fu quello delle bonifiche (Terralba e Sanluri), mentre si ampliava notevolmente la bonifica di Mussolini (Arborea). Non mancarono iniziative industriali, opere di irrigazione e attività idroelettriche. Ci fu un rilancio dell'attività estrattiva fino alla creazione del grande polo di Carbonia.