Percorso di visita
Il museo si articola attraverso il seguente percorso:
- Ingresso
L’abside all’ingresso del
museo, testimonianza della piccola cappella appartenuta alle suore
della Sacra Famiglia, accoglie il plastico ricostruttivo del Teatro di
Nora. L’opera, realizzata dall’arch. Roberto Locche di Pula e
gentilmente donata al Museo, consente la visione di un'affidabile e
realistica ricostruzione del monumento il cui primo impianto, in base
alle ultime ricerche archeologiche, risale al I secolo d.C. Il Teatro fu
il primo monumento di Nora che vide la luce nella primavera-estate del
1952 grazie agli scavi condotti da Gennaro Pesce, in occasione
dell’effettuazione di alcuni spettacoli che ne prevedevano l’utilizzo .
La cavea, di circa 53 m di diametro, contiene 16 o 17 gradini,
consentendo una capienza di spettatori pari a 1.100 -1.200 posti.
Sul lato sinistro viene presentata la Tavola del tempo,Â
un pannello che contiene le sequenze cronologiche relative alla
presenza dell’uomo in Sardegna e, in particolare, le fasi storiche che
interessano il Museo Patroni, che documenta il periodo fenicio-punico e
romano.
- Sala A
Ospita i reperti provenienti dalle necropoli di Nora
e qualche esempio di recupero subacqueo (due anfore, una fenicia di
VII secolo a.C. con la particolarità di avere sul corpo i segni,
significati da 6 fori contrapposti di un antico restauro, che venivano
uniti con piombo ai lati di una filatura sulla pancia; l’altra
anfora è punica del tipo cosiddetto "a siluro" ascrivibile al III-II
secolo a.C., mentre una terza anfora di età romana è di
produzione iberica); un breve percorso tattile, sulla sinistra,
accoglie le riproduzioni di alcune forme ceramiche tra le più frequenti
e significative del sito di Nora.
Alle
pareti sono illustrati i pannelli che si riferiscono alla
stratificazione delle evidenze forensi dagli anni Sessanta ad oggi e antiche
fotografie, tratte dall’archivio della Soprintendenza Archeologica di Cagliari
e Oristano, relative agli scavi effettuati tra la fine dell’Ottocento e i
primi anni del Novecento.
Infine il grande pannello dove sono
esplicitate alcune fasi salienti della storia della città : la stele di
Nora considerata la più antica testimonianza della presenza fenicia in
Sardegna e datata al IX-VIII secolo a.C.; le tappe dell’espansione
fenicia e punica nel Mediterraneo; il testo sulle necropoli (punica a
inumazione, il tophet a incinerazione); alcune
tipologie abitative puniche e romane e, infine, il tempio di
Eshmun-Esculapio.
Tutte le vetrine sono numerate a segnare un percorso consigliato.
- Necropoli puniche
Nelle prime quattro vetrine sono esposti i corredi provenienti dall’area funeraria. Si trattava di una necropoli ipogeica, oggi scomparsa a causa dell’erosione marina, e interamente scavata alla fine dell'Ottocento. Le quaranta tombe, ricavate lungo l’istmo che conduce alla città di Nora
in uno strato di arenaria, erano composte da una camera di piccole
dimensioni a cui si accedeva tramite un pozzo, chiuso da una lastra.
Contenevano corredi abbastanza ricchi riconducibili a un arco
cronologico compreso tra il V e III secolo a.C. composti da oggetti
di uso quotidiano, di produzione punica e di importazione attica. I
corredi tombali sono costituiti, per lo più, da piatti, coppe, doppie
patere, lucerne ma anche balsamari in pasta vitrea, scarabei in diaspro
e monili d’oro. La tomba XXVI (custodita nella vetrina n.2) conteneva
i gioielli più significativi: una lamina a forma di foglia
peduncolata, lavorata a sbalzo con un motivo a spiga, alla base della
quale è raffigurato il volto di una Gorgone, la figura mitologica che
impietriva chi osasse guardarla e preposta alla protezione degli
ambienti sacri; un anello con castone sul quale sono incisi dei fiori
di loto e il nome del proprietario scritto in caratteri punici (trascrizione ‘zb‘l); un orecchino "a croce ansata". L’utilizzo della
lamina è incerto e, a tal proposito, si riportano le parole dello
scavatore sulla sua possibile funzione: "…destinato come pare ad essere
fermato a guisa di spillo in una benda. Il Nissardi mi affermò che tale
lamina era infatti stata trovata presso il cranio di uno scheletro.
Evidentemente quel morto era stato cinto di una benda dalla quale,
sulla fronte, si innalzava la penna d’oro."
I
corredi tombali sono costituiti, come detto, da vasellame di produzione
punica rappresentato da piatti, coppe, brocchette, lucerne a conchiglia
bilicni (con due beccucci), unguentari per oli profumati e doppie
patere usate in funzione rituale come bruciaprofumi.
Il
materiale punico è, per lo più, inornato o decorato con poche fasce di
colore bruno o rosso. Diverso e più pregiato appare invece il materiale
attico, che si distingue per la vernice nera brillante che ricopre il
corpo dei vasi e talora è sovradipinto con motivi vegetali o
geometrici. Le forme più comuni sono i piatti da pesce, le coppe e le
coppette, gli askoi che contengono l’olio, gli skyphoi usati per bere
il vino.
Procedendo nella visita si passa alla zona del tophet,
inquadrata da una bella gigantografia ricavata da una vecchia lastra
fotografica, che
riprende gli scavatori (uomini, donne e bambini, questi ultimi addetti
al trasporto della sabbia come indica la presenza delle ceste) che
dissotterrarono le urne cinerarie e le stele della necropoli a
incinerazione.Â
Il tophet è un luogo sacro all’aperto (generalmente
fuori dalla città ) destinato alla sepoltura dei bambini nati
prematuramente o morti subito dopo la nascita. I corpi dei bambini
venivano cremati e, insieme, venivano sacrificati piccoli animali alla
divinità . Le urne contenevano le ceneri e le stele sono degli ex-voto
offerti in memoria della celebrazione di un rito sacro.
Il tophet di
Nora venne scoperto a seguito di una violenta mareggiata che
dissotterrò le urne e le stele che poggiavano direttamente sulla sabbia
in prossimità della riva, nell’area della Chiesetta di Sant'Efisio, sulla
sinistra per chi va verso Nora.
Sono qui esposte sei stele in pietra
arenaria. Da sinistra in basso:
1) lacunosa nella parte superiore si
riconosce una figura maschile che cammina; 2Â e 6) sono
rappresentati i tre betili (da beth el = casa del signore); 3 e
5) il segno di Tanit, la dea titolare del culto nel tophet, il cui nome
deriva dal participio presente femminile del verbo semitico tanà h, che
significa donare, perciò Tanit la distributrice di doni è raffigurata a
braccia aperte su un corpo triangolare e il disco sovrastante con
gli attributi astrali del sole e della luna; 4) idolo cosiddetto a
bottiglia, privo di attributi antropomorfi.
- Necropoli romane
Le ultime tre vetrine sono dedicate all’esposizione dei corredi funerari rinvenuti nelle necropoli romane.
Nella vetrina n.5 sono esposti i materiali che fanno parte della
Collezione dell’Ing. De Tomasi, donata al museo per espressa volontÃ
dopo la sua morte. Essi provengono per lo più dai terreni situati in regione Su Cuventeddu
che precede immediatamente l’istmo che conduce a Nora. I
materiali sono ordinati per classi di oggetti e, partendo dall’alto, si
trovano ceramiche appartenenti ai tipi definiti sigillata italica,
sigillata tardo-italica e sigillata sud-gallica.
Il nome sigillata
deriva dal fatto che la maggior parte dei vasi è provvista del
sigillum, cioè del marchio del fabbricante impresso sul fondo interno
del vaso, spesso in planta pedis, cioè contenuto in un timbro con la
forma del plantare; altre volte il sigillum è compreso nella
decorazione esterna impressa sul vaso.
La produzione della ceramica sigillata italica
nasce e si sviluppa ad Arezzo intorno al 50 a.C., per poi diffondersi
nel centro Italia (con la tardo-italica) verso il 50 d.C. La
sud-gallica, come dice il nome, sorse nella Francia meridionale con un
grosso centro a Lione e si sviluppò tra il I e il II secolo d.C. La
caratteristica principale di queste ceramiche è data dal colore rosso,
che nella prima è tendente al camoscio, nella seconda si fa più
rossastro e nella terza diviene rosso vinoso brillante. I pezzi più
significativi sono la coppa su piede decorata con fila di piume
impresse a matrice e il cosiddetto catillus palmipedalis del diametro
di 37 cm, importante perché reca sul retro una iscrizione graffita in
cui si legge la traslitterazione in lettere puniche del nome latino
Domitius, indice, questo della tenace sopravvivenza della cultura
punica ancora nel I secolo d.C. oltre alla grande coppa sud-gallica
prodotta nel centro di La Graufesenque decorata con motivi vegetali.
Al secondo piano della stessa vetrina sono esposti i vasi a pareti
sottili. Si tratta di bicchieri, coppe e boccalini, decorati
sobriamente con tratti impressi o incisi che imitano vasellame più
raffinato, solitamente vetro o metallo prezioso. La loro cronologia si
pone tra la metà del I secolo a.C. al I secolo d.C. Accanto si trova una
scelta di tre unguentari fusiformi con cronologia analoga alla
precedente classe ceramica. Al piano
sottostante sono esposte alcune tra le forme più comuni della ceramica a vernice nera prodotta in Campania o localmente. La ceramica
a vernice nera chiamata Campana A viene prodotta tra la fine del III
secolo a.C. e il 50 a. C. e tende a riprodurre le più raffinate forme
attiche semplificando e standardizzando la produzione. La ceramica a
vernice nera in pasta grigia pare completamente di tradizione sarda,
imita il vasellame a vernice nera e attarda la sua diffusione fino alla
metà del I secolo a.C..
Nella vetrina n. 6
è esposto, in parte, il corredo di una tomba a cassone rinvenuta
fortunosamente - nel 1982 - durante le fasi di escavazione per la rete
fognaria, lungo l’istmo che conduce a Nora. La sepoltura era costruita
con lastre di pietra intonacate, che formavano un cassone in cui si
conservavano diversi vasi contenenti i resti cremati dei defunti (lo
scavatore ipotizzò la presenza di almeno 16 deposizioni) insieme
ad altri oggetti di corredo. Alcune urne sono in terracotta comune non
decorata, come quelle esposte al piano basso che contengono ancora i
resti dei defunti, altre più preziose sono in vetro come le due urne
esposte al secondo ripiano della vetrina, di colore verde-azzurro, una
globulare con coperchio e l’altra quadrata. Anche le brocche esposte
nel ripiano superiore sono state utilizzate come contenitori delle
ceneri dei deposti. Gli altri oggetti di piccole dimensioni - unguentari
vitrei, coppette, brocchette, ecc... - appartengono al corredo. Una moneta
dell’imperatore Antonino Pio, datata fra il 140 e il 144 d.C., ha
consentito di ipotizzare l’utilizzo della tomba in questo ambito
cronologico e in quello immediatamente successivo.
La vetrina n.7,
l’ultima nell’ordine, espone materiali diversi. Al piano inferiore
abbiamo una statuetta di età repubblicana che rappresenta una figura di
donna e altri oggetti da ascrivere al mondo femminile: gli unguentari
vitrei, le pinzette e la spatolina in bronzo, una scatoletta in piombo.
I materiali ceramici esposti nello stesso piano rappresentano una
campionatura dei reperti più diffusi in ambito forense: le
lucerne repubblicane e imperiali (II secolo a.C. – II secolo d.C.),
brocchette di diverse fogge, ecc...
Al piano secondo è esposto il corredo contenuto all’interno di una tomba, scoperta di recente, che è stata battezzata "di Biancaneve"
perché, accanto alla deposizione, erano custodite sette lucerne e sette
coppette. Le lucerne sono del tipo Deneauve VII B, una delle quali con
bollo parzialmente leggibile ma integrabile in (P)ULLA(ENI) o
(P)ULLA(ENORUM) e le coppette a pareti sottili di produzione locale
sono del tipo Mayet XXXVIII. Questi materiali consentono di stabilire
la datazione della sepoltura al II secolo d.C.
Al
piano superiore sono esposte tre urne cinerarie di tipologia differente,
ma riportabili allo stesso ambito cronologico: due di queste hanno il
fondo convesso ma solo una ha il coperchio, l’altra ha il corpo
tronco-conico e l’orlo ingrossato. La cronologia delle tre urne è
compresa tra il II e il III secolo d.C.